Le migliori canzoni dei Beatles

Quali sono le migliori canzoni dei Beatles? O meglio; quali sono quelle che più di altre sono importanti ed esemplificative per comprendere l’arte e la poetica del quartetto di Liverpool?
Dopo aver scritto a proposito di un probabile omaggio di Paul McCartney a un altro mostro sacro della musica come Brian Wilson, ho avuto l’idea di cimentarmi in qualcosa di più generale; con la speranza di non suscitare la rabbia di nessuno, visto che in fondo si tratta di poco più che un gioco.

Stilare una classifica oggettiva di quelle che dovrebbero essere le migliori canzoni dei Beatles è naturalmente impossibile. Nell’elenco ho cercato di inserire quelle che potessero illuminare più di altre un particolare aspetto dell’universo beatlesiano; andando ovviamente incontro a dolorose esclusioni e inevitabili semplificazioni.
Non ho potuto fare a meno di inserire delle citazioni per quei brani che, pur essendo capolavori assoluti, sarebbero potuti apparire in parte “doppioni” di altri pezzi presenti nella graduatoria. Ecco, dunque, la mia personalissima classifica.
Qual è il modo migliore per cominciare se non partire dalla fine?

#15 I, ME, MINE

Album: Let It Be
Anno di Pubblicazione: 1970
Registrazione: 3 Gennaio e 1 Aprile 1970

I, Me, Mine, composta da George Harrison, è l’ultimo pezzo registrato dai Beatles come band.
Sebbene sia stata trattata in modo alquanto sbrigativo dagli stessi Fab Four in sede di incisione, il brano è una chiosa perfetta alla loro carriera (escludendo Free As A Bird, ma ci torneremo in seguito); uno struggente e toccante richiamo all’egoismo che tutto distrugge.
Non stiamo certo parlando di una tra le migliori canzoni dei Beatles dal punto di vista estetico… sicuramente però, riprendendo le parole di un celebre critico musicale (Ian MacDonald), siamo di fronte a un azzeccatissimo “poetico tocco del destino” che proietta una grande ombra sull’ultimo periodo beatlesiano di litigi e discussioni.

#14 FREE AS A BIRD

Album: Anthology 1
Anno di Pubblicazione: 1995
Registrazione: 1977, Febbraio-Marzo 1994

La canzone è stata realizzata unendo il lavoro dei tre Beatles ancora in vita al tempo (George, Paul e Ringo) a una demo registrata da Lennon e gentilmente concessa dalla vedova Yoko Ono.
Il pezzo fece la sua comparsa all’interno dell’Anthology; un ambizioso progetto che vide la pubblicazione, nel 1995, di un lungo documentario, di un libro e di materiale audio inedito.
In questi casi il rischio di trovarsi di fronte a una scaltra operazione commerciale è sempre molto alto. Ma qui siamo lontani da qualsiasi facile strumentalizzazione.
Il brano è sentimento puro, e chiude con maestria il cerchio spezzato dalla separazione del 1970. Le parole del ritornello che Paul aggiunge alle strofe lennoniane sono un’amara riflessione sul momento in cui le cose hanno cominciato a non funzionare e il legame che accomunava i quattro ha cominciato a sciogliersi.

L’immagine dei versi di Lennon, quella di un uccello che vola verso casa, si riallaccia magnificamente all’archetipo dell’Eroe che tenta il ritorno verso la sua comunità di origine e si incastra perfettamente nella mitologoia betlesiana.
Ringo e George partecipano con il loro classico e riconoscibilissimo stile alla parte musicale.
Molto emozionante.

#13 IN MY LIFE

Album: Rubber Soul
Anno di Pubblicazione: 1965
Registrazione: 18 e 22 Ottobre 1965

Il pensiero della morte (solo sfiorato cripticamente in Yes It Is) si affaccia nella produzione beatlesiana per la prima volta in questo brano, che John Lennon definì la sua “prima opera seria”.
Siamo nel tema della rivisitazione dei luoghi dell’infanzia dei Beatles, che toccò il suo apice nel singolo dal doppio lato A Strawberry Fields Forever/Penny Lane.
La canzone vede un fondamentale apporto del produttore George Martin (nell’uso di un toccante clavicembalo), che da Rubber Soul in poi diventerà sempre più importante per dare forma alle idee dei Beatles.
Paul collaborò a livello compositivo. Il tutto ha un’aria di grande stabilità ed eleganza; anche il supporto di Ringo, che qui si dimostra un batterista efficace al servizio della causa. Il suo strumento sembra un cuore pulsante, la cassa di risonanza delle emozioni che scaturiscono dal testo e dalle note del pezzo.

Vedi anche: Strawberry Fields Forever

#12 NORWEGIAN WOOD

Album: Rubber Soul
Anno di Pubblicazione: 1965
Registrazione: 21 Ottobre 1965

Fotografia di Bob Dylan e Joan Baez
Bob Dylan fu fonte di grande ispirazione per i Beatles, soprattutto per John Lennon. Senza di lui, probabilmente, l’evoluzione dei Fab Four avrebbe seguito percorsi totalmente diversi.

Rubber Soul, album nel quale compare Norwegian Wood, è un grande momento di rottura. I pezzi dei Beatles si fanno più complessi stilisticamente e più raffinati dal punto di vista delle tematiche affrontate e dei testi.
Tra gli ispiratori di questa svolta non possiamo non citare Bob Dylan, che a sua volta riprenderà parodisticamente proprio Norwegian Wood.
Norwegian Wood è il primo singolo di musica pop in cui viene usato il Sitar e la prima canzone dei Beatles dove l’importanza del teso è preponderante rispetto alla musica. Un vero e proprio spartiacque. Da qui la musica dei Fab Four, tra l’altro influenzata dall’utilizzo di un nuovo tipo di droghe, prende una nuova direzione; più introspettiva e lirica.

#11 GOLDEN SLUMBERS/CARRY THAT WEIGHT

Album: Abbey Road
Anno di Pubblicazione: 1969
Registrazione: 2-4, 30-31 Luglio e 15 Agosto 1969

Golden Slumbers/Carry That Weight è la parte centrale, e fondamentale, del medley che chiude il canto del cigno beatlesiano, Abbey Road.
McCartney tira fuori un’epica ed emozionante prova vocale, dimostrando di essere un cantante eclettico come pochi nel mondo del pop (e non solo). La commistione di tecnica e sentimento (Paul è il primo ad essere visibilmente emozionato) è da capogiro.
Tutto il Medley, in cui il pezzo è incastonato come una gemma preziosa, è una disamina su quello che i Beatles sono, erano e saranno. Un addio in pompa magna al pubblico che li amerà per sempre, qualunque sarà il loro destino.

Vedi anche: The Long And Winding Road

#10 WE CAN WORK IT OUT

Anno di Pubblicazione: 1965
Registrazione: 20 e 29 Ottobre 1965

Nonostante possa sembrare un brano semplice, We Can Work It Out fu il pezzo a cui i Beatles dedicarono più tempo in studio di registrazione tra quelli prodotti fino a quel momento.
È un perfetto esempio di collaborazione a quattro mani, un incredibile esperimento di equilibrio e dinamicità. I Beatles in seguito raggiunsero un risultato simile con A Day In The Life, ma il brano risentirà in parte del sua grandiosità barocca, perdendo qualcosa in freschezza.
In We Can Work It Out tutto si amalgama alla perfezione; armonie vocali, cambi di tonalità e cambi di ritmo (c’è spazio anche per un inserto di walzer). Il tutto viene valorizzato perfettamente da azzeccate sovrapposizioni che danno colore al pezzo (tecnica portata al culmine in Revolver).
La composizione segnerebbe, secondo MacDonald, la fine della centralità di Lennon nella produzione del quartetto di Liverpool.

#9 HEY JUDE

Anno di Pubblicazione: 1968
Registrazione: 31 Luglio e 1 Agosto 1968

The movement you need is on your shoulder…” non vuol dire niente, ma ogni volta che Paul canta questo verso pensa al suo amico John.
Hey Jude in principio era Hey Jules. Julian era il figlio di Lennon e Paul stava pensando proprio a lui quando la canzone gli venne in mente per la prima volta. Paul spiegò che il testo gli era venuto di getto, aveva scritto le prime cose che gli erano passate per la testa.
Paradossalmente Lennon fu colpito proprio dal verso che Paul riteneva meno riuscito, e così quelle parole restarono al loro posto.
Che sia vera o no la leggenda siamo di fronte a un pezzo monumentale. Sempre riproposto negli anni dal vivo durante gli spettacoli di McCartney; inno collettivo che travalica i confini generazionali e allo stesso tempo parla universalmente a ognuno di noi.

Hey Jude proprio nella sua dimensione corale è un passo avanti alla stessa All You Need Is Love, forse più caotica e meno adatta al coinvolgimento del pubblico.
La canzone è un perfetto ibrido da stadio, un amalgama ben riuscito di pop e rock che dimostra ancora una volta la grande versatilità del suo autore. È stato anche il primo singolo così lungo a scalare la vetta delle classifiche, indice del fatto che i Beatles potevano permettersi (quasi) tutto senza patire il minimo contraccolpo.

Vedi anche: Let It Be

#8 SOMETHING

Album: Abbey Road
Anno di Pubblicazione: 1969
Registrazione: 2 Maggio, 5 Maggio, 16 Luglio, 15 Agosto 1969

Anche qui le leggende sono tante. Una di queste vuole che Frank Sinatra abbia indicato Something come la canzone d’amore più bella mai scritta, ma che la credesse opera di Lennon/McCartney. La cosa avrebbe dato in parte fastidio a George Harrison (l’effettivo compositore). Il fatto che Lennon la consideri la migliore composizione presente in Abbey Road deve in parte aver lenito il dolore.
La canzone è formalmente perfetta; bilanciata, elegante. Le parole del testo si susseguono dolcemente, semplici ma tremendamente evocative. Ringo da il meglio di sé, con un accompagnamento coerente e ben architettato. Siamo effettivamente di fronte al miglior brano dell’ultimo disco registrato dai Beatles.
Something rappresenta in tutto e per tutto la grande rivincita di un artista straordinario come George Harrison, per anni inevitabilmente adombrato da due mostri sacri della musica contemporanea.

Vedi anche: While My Guitar Gently Weeps

#7 YESTERDAY

Album: Help!
Anno di Pubblicazione: 1965
Registrazione: 14 e 17 Giugno 1965

Tra le migliori canzoni dei Beatles non posso non citare, ovviamente, Yesterday. La sua classicità senza tempo traspare proprio dal fatto che il suo autore, McCartney, pensò per mesi che non fosse stato lui l’autore di quella melodia immortale. Paul era sicuro di aver “rubato” le note del pezzo a qualcun altro. Successivamente definì il brano come la cosa più completa che avesse mai scritto.

Oltre che per l’elevata qualità stilistica il pezzo è importante per la tematica che affronta. In Yesterday tutto ruota intorno al concetto della perdita e del trascorrere del tempo. Il presente è un posto in cui la felicità spensierata di chi sperimenta una dimensione edenica è irrimediabilmente compromessa. Paul si muoveva sulla stessa lunghezza del Lennon di Help! (la canzone, composta più o meno nello stesso periodo era stata originariamente pensata in un tempo più lento rispetto alla versione finita su disco).

Yesterday, oltre a contenere il primo contributo di George Martin a una composizione dei Beatles (fu sua l’dea dell’accompagnamento con gli archi), risultò essere anche la canzone britannica più suonata in America nel secolo scorso.

Vedi anche: Blackbird, Help!

#6 YELLOW SUBMARINE

Foto del Yellow Submarine

Album: Revolver
Anno di Pubblicazione: 1966
Registrazione: 28-29 Aprile e 8 Giugno 1966

“Lasciate che i bambini vengano a me”.
Yellow Submarine è la White Christmas dei Beatles. Un brano immortale che nasce per essere cantato dai fanciulli; difficile trovare qualcuno nella parte occidentale (e non solo) del globo che non lo abbia mai fischiettato.
Il pezzo è stato ripreso per essere utilizzato come un canto di protesta e un coro da stadio; l’inconfondibile sagoma del sommergibile appare in migliaia di omaggi e parodie, facendo capolino anche in un avventura di Zio Paperone.
Il Sottomarino Giallo è il simbolo più iconico dell’universo beatlesiano. È la dimostrazione che Paul McCartney è uno degli artisti più completi del 900 musicale, essendo capace di comporre, nello stesso periodo, pezzi agli antipodi tra loro come Eleanor Rigby e la stessa Yellow Submarine.

I Beatles sapevano anche giocare, e le cose andarono bene finché trovarono la voglia di farlo. L’orrore della vicenda Manson ancora non si era palesato, e il fatto che Yellow Submarine diede adito ad assurde interpretazioni (vedi anche: Lucy in the Sky With Diamonds) non dovette spaventare più di tanto l’autore del pezzo.

Yellow Submarine e l’Ipovrichio: Una curiosità gastronomica

Paul dichiarò che parte dell’ispirazione gli fu data da un dolce assaggiato durante un soggiorno in Grecia. E’ qui, infatti, che il Beatle assaggiò lo Ipovrichio, ovvero il “Sommergibile”.
Si tratta di una confettura estremamente zuccherina che viene bagnata con dell’acqua prima di essere “succhiata” dal cucchiaino (da qui il nome). Questo smorzerebbe l’amabilità del preparato, di cui è comunque difficile mangiare più di una cucchiaiata.
La ricetta originale prevede l’utilizzo di Mastice (Lacrime di Chio), dal sapore in prima battuta amaro ma successivamente rinfrescante. In alternativa si può utilizzare del limone.

Yellow Submarine e il Villareal: Una curiosità sportiva

La squadra spagnola del Villareal è chiamata il Sottomarino Giallo.
Le fonti non concordano, ma l’accostamento dovrebbe essere stato fatto per la prima volta tra la stagione 1966-67 e la stagione 1967-68, grazie a un gruppo di tifosi della squadra spagnola (il colore della maglia naturalmente è un bel giallo canarino) che ha intonato dagli spalti le note di Yellow Submarine.
Nel 2015, nell’occasione di un incontro amichevole con l’Everton (squadra di Liverpool), alcuni tifosi del Villareal hanno ricordato il legame con i Fab Four facendo visita al Cavern Club.

Foto del campo d'allenamento del Villareal.
Il campo d’allenamento del Villareal, squadra nota anche con il nome “il Sottomarino Giallo”.

#5 ELEANOR RIGBY

Album: Revolver
Anno di Pubblicazione: 1966
Registrazione: 28-29 Aprile e 6 Giugno 1966

Le storie che gravitano intorno alla composizione di Eleanor Rigby sono tante e tutte particolarmente suggestive.
Il nome deriverebbe da Eleanor Bron (l’attrice di Help!), ma una lapide sotto cui giace una Eleanor Rigby è stata rintracciata in un cimitero poco lontano dalla casa in cui Paul abitava nel periodo in cui la compose.
Sicuramente il pezzo, che tratta la morte in un modo così diretto e denota un evidente pessimismo di fondo, fu un grande shock. Un’immensa novità nel panorama della musica Pop.
I Beatles non suonano nessuno strumento nel brano, e questo dettaglio assume ancora più importanza se pensiamo che il tema centrale della canzone sono proprio la morte (insieme all’impossibilità della redenzione) e la vacuità dell’esistenza dei due protagonisti del testo.

Eleanor Rigby e Padre McKenzie sono i primi riuscitissimi personaggi letterari della produzione beatlesiana. Le immagini con cui vengono tratteggiati sono nitidamente essenziali, allusive, e spalancano le porte a una lucida analisi del contesto culturale e storico del periodo. McKenzie rappresenta il fallimento della Chiesa e delle antiche autorità nel creare una società dallo spirito genuinamente comunitario nel dopoguerra; siamo in un luogo dove riti stagnanti servono solo a supportare una piatta e sterile quotidianità. Eleanor stessa, in parte, sembra dire qualcosa anche di più intimo sullo stato d’animo in cui i Beatles si trovavano nel momento in cui decisero di dire addio per sempre al mondo delle tournée. Resta il fatto che quest’anti eroina sia stata definita, nella sua rassegnata disperazione, la “singola immagine più memorabile di tutta l’opera dei Beatles”.

La grandezza del pezzo sta nel riuscire a unire in modo naturale e fluido critica sociale a grande poesia. Nel dare un’interpretazione del mondo partendo dalla descrizione di due figure così comuni e allo stesso tempo così tragiche.

#4 I AM THE WALRUS

Album: Magical Mystery Tour
Anno di Pubblicazione: 1967
Registrazione: 5,6,27 e 29 Settembre 1967

I’m The Walrus vede fondersi in una composizione dal ritmo ossessivo e disturbante parecchie delle suggestioni letterarie di John Lennon. Abbiamo un criptico testo rievocante atmosfere alla Bob Dylan e citazioni da Lewis Carroll ed Edgar Allan Poe. C’è anche spazio per l’innesto sonoro di qualche battuta dal Re Lear Shakespeariano (anche se Lennon non deve aver frequentato più di tanto il mitico drammaturgo inglese).
La canzone, in un modo neanche troppo velato, è un urlo di protesta contro il perbenismo dell’establishment britannico; per tutta risposta venne censurata dalla BBC. La scusa ufficiale fu quella della presenza della parola “mutandine” nel testo.

Lennon era particolarmente insofferente in quel periodo. Le radio private erano state dichiarate illegali e molti protagonisti del mondo dello spettacolo cominciavano a essere incriminati per il possesso e l’utilizzo di stupefacenti. Il vento freddo della repressione soffiava come non mai.
Attraverso le lenti I Am The Walrus osserviamo un grande affresco; allo stesso tempo rappresentazione di un cruciale momento storico (siamo a fine 67, a cavallo tra la Summer of Love e l’anno delle contestazioni) e della mente di un genio assoluto. Lennon è mosso in egual modo dal suo graffiante cinismo e dall’influsso degli acidi, a cui è quasi completamente assuefatto. E in questo vortice riesce, in un modo brillante, a trovare la quadratura del cerchio.

Timothy Leary fu il più importante sostenitore della necessità di diffusione delle sostanze psichedeliche. Venne arrestato per la prima volta nel 1965.

Particolare da non trascurare: I Am The Walrus è la prima canzone a essere registrata dopo la morte di Brian Epstein, manager dei Beatles e figura emotivamente di grande importanza all’interno del gruppo. La fine di tutto, anche a causa di questo triste episodio che scuoterà nel profondo i Fab Four, si avvicinerà sempre di più a grandi falcate.

Vedi anche: Come Togheter

#3 TOMORROW NEVER KNOWS

Album: Revolver
Anno di Pubblicazione: 1966
Registrazione: 6,7 e 22 Aprile 1966

foto della porta degli studi di registrazione di Abbey Road
Gli studi di Abbey Road non erano i più avanzati della scena musicale mondiale dal punto di vista tecnico. Questo non fu mai un problema per i Beatles e per George Martin; anzi, il fatto di doversi “arrangiare” fu uno stimolo alla sperimentazione. Le loro trovate furono spesso riprese dai tecnici degli studi di oltremanica, notoriamente più attrezzati.

Revolver, sentendolo ancora adesso, stupisce per la sua modernità. Gli studi di registrazione dei Beatles non erano certo i meglio attrezzati dell’epoca, ma si sopperiva tranquillamente grazie a trovate ed espedienti tecnici geniali che lasciavano a bocca aperta i tecnici del suono di tutto il pianeta.
I Beatles fecero confluire in Revolver tutto quello che stavano scoprendo in quel momento di grandissima ispirazione creativa; musica indiana, classica, viaggi interiori partoriti dagli acidi. Tutto, anche grazie al sapiente apporto di George Martin, si incastrò perfettamente in un disco allo stesso tempo classicheggiante e sperimentale.

Tomorrow Never Knows, che deve la quasi totalità del suo testo al Libro Tibetano dei Morti, è il brano conclusivo dell’album. È il massimo che si possa chiedere dal punto di vista tecnico a un disco dell’epoca (ma non solo); con i suoi tape loop ipnotici (una novità per il mondo del pop) e i suoi suoni così tribali e allo stesso tempo futuristici.
I Beatles ormai viaggiano su lunghezze d’onda cosmiche. Hanno completamente sovvertito le regole del gioco, mantenendo però una grande armonia compositiva che rende classico tutto quello che producono.

#2 I WANT TO HOLD YOUR HAND

Anno di Pubblicazione: 1963
Registrazione: 17 Ottobre 1963

I Want to Hold Your Hand è il singolo che ha permesso ai Beatles di spopolare in America e di scardinare le porte del mondo.
È uno degli esempi della facilità di scrittura che i Beatles possedevano già agli inizi del loro percorso, nonché del loro grande affiatamento in fase di composizione.
Tutto il brano, come altri dello stesso periodo, basa la sua forza proprio nella tensione che si crea nel processo “condiviso” di creazione, che da una parte toglie qualcosa alla melodia me genera una grande flusso di energia che viene fuori in ogni battuta della canzone.

Sebbene I Want to Hold Your Hand sprizzi immediatezza da ogni poro, è sorretta da una grande inventiva e da una continua ricerca dell’imprevisto a livello compositivo.
La sezione del bridge dà colore e profondità al pezzo, mentre la ruvidezza dei suoni e la voce rauca di Lennon dilatano quel sentimento di urgente euforia che percorre tutto il brano, facendone uno dei pezzi più coinvolgenti nelle esecuzioni dal vivo del quartetto di Liverpool.
I Want To Hold Your Hand è il singolo dei Beatles più venduto della storia.

Vedi anche: Please Please Me, She Loves You, From Me to You.

#1 A DAY IN THE LIFE

Album: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
Anno di Pubblicazione: 1967
Registrazione: 19-20 Gennaio 1967; 3, 10 e 22 Febbraio 1967

Per la realizzazione di A Day In The Life i Beatles poterono contare su 40 musicisti della Royal Philarmonic e della London Symphony Orchestra.

Ian MacDonald ci mette in guardia sull’inventare grandi teorie filosofiche sul pezzo che chiude Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band; soprattutto perché il brano fu uno dei primi a essere composti e quindi la sua funzione di commento, di gran finale  costruito appositamente, sarebbe inverosimile.
Detto questo, il brano per come si presenta (nel testo e nella musica) apre così tante e meravigliose scintillanti strade che è troppo difficile non smarrirsi in almeno una di esse. Le implicazioni filosofiche che scaturiscono dalla sua analisi, volute o no, si basano su elementi e suggestioni che non sono relegate solo a questo singolo e meraviglioso episodio. Lo stesso MacDonald, giudicando il pezzo come il più riuscito della carriera dei Fab Four lo indica contemporaneamente come il punto più alto del filone dei pezzi beatlesiani che affrontano il tema della percezione.

A Day in The Life evidenzia come non mai il ruolo fondamentale che i Beatles ebbero come catalizzatori di molte delle più importanti espressioni artistiche, filosofiche e ideologiche del secolo in cui operarono. E il fatto che spesso questo avvenne senza una loro effettiva presa di coscienza non può sminuirne l’importanza.

Lo stesso Lennon, nel comporre molti dei sui testi più celebri, ha utilizzato un metodo causale. Le due strofe di A Day in the Life, per esempio, sono state composte partendo da due notizie apparse sul Daily Mail.
In A Day In the Life assistiamo a un perfetto incastro del duo di compositori più famosi della storia (ancora una volta), a una grande intervento orchestrato con sopraffina genialità da George Martin (per cui bisognerebbe aprire un capitolo a parte) e a una grande prova di Ringo. Più di una volta Phil Collins ha citato proprio le rullate magistralmente eseguite in questo pezzo come classico esempio di bravura del suo (spesso sottovalutato) collega.

Summary
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Le migliori canzoni dei Beatles
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Un elenco di 15 canzoni fondamentali per comprendere la grandezza artistica dei Beatles.
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