Intervista a Fabrizio Rostelli

Fabrizio Rostelli, collaboratore del Manifesto, è un giornalista specializzato in reportage e interviste. I suoi interessi spaziano dall’arte al sociale (o dalla struttura alla sovrastruttura come direbbe lui).

Tra le personalità che ha intervistato figurano grandi personaggi del cinema come Terry Gilliam e Jerry Schatzberg (regista de “Lo Spaventapasseri”), che fece esordire Al Pacino in Panico a Needle Park e che è stato l’ autore di un indimenticabile scatto: la storica copertina di Blonde On Blonde di Bob Dylan.
Scorrendo le interviste memorabili di Fabrizio non possiamo non citare quelle rilasciate dai combattenti colombiani delle FARC e da Nemo, il comandante italiano a capo dell’unità degli internazionalisti del Donbass.
Interessantissime anche le parole raccolte dalla voce di Nicolai Lilin, alias Nikolaj Verzhbitskiy, discusso autore di Educazione Siberiana.

L’attenzione per il sociale (per i Sud del Mondo) di Fabrizio si è sempre palesata con chiarezza; nei temi affrontati nei suoi articoli e nella cura di un interessante progetto di rivalutazione ambientale intitolato Rock Your School.
Con lui faremo due chiacchiere sulla professione del giornalista (sempre più complessa e precaria) e cercheremo di estorcergli qualche trucchetto del mestiere.

Ecco l’intervista a Fabrizio Rostelli:

Hai intervistato un personaggio visionario come Terry Gilliam. Il suo Don Chisciotte ha ricevuto critiche contrastanti. L’arte ha realmente la capacità di incidere sul tessuto sociale o ad avere un’idea del genere si rischia solo di rimanere invischiati in una crociata contro i mulini a vento del pragmatismo?

Questa è una domanda da cento milioni di dollari… generalmente l’arte influenza sempre chi gli si para davanti, anche inconsciamente. Ti condiziona anche se non sei un esperto, o il tuo livello di istruzione non è elevato e adesso è tutto più a portata di mano… musica, film, libri, serie televisive… è difficile restare isolati da questo punto di vista… per me il cinema è uno degli strumenti più potenti.
Probabilmente ragiono con una mentalità un po’ superata, in termini di struttura e sovrastruttura. La struttura è il sistema economico e produttivo, l’arte fa parte della sovrastruttura. Ci sono stati momenti storici in cui la sovrastruttura è risultata più incisiva grazie al realizzarsi di determinate situazioni economiche. Ad esempio; negli anni 60 lo sviluppo economico ha portato a un contesto sul quale far prosperare un certo tipo di sovrastruttura. E non a caso negli ultimi venti anni non c’è stata una produzione artistica del medesimo valore in Italia.

I personaggi che hai intervistato, almeno da quello cha traspare leggendo le interviste, sono sempre apparsi molto alla mano…

Si… tutti i personaggi che ho intervistato me li sono andati a cercare io, di mia volontà. Avevo sempre grandi aspettative perché in un modo o nell’altro stavo incontrando qualcuno che ritenevo essere stato importante per me e per la nostra società. Sicuramente, a diversi livelli, le esperienze che hanno fatto li hanno forgiati. Pensa ai leader delle FARC; 30 anni di guerriglia in clandestinità, con un obiettivo così elevato che non può non plasmarti nel profondo.
Spero comunque nel mio piccolo di avere fatto anche io il meglio per creare un ambiente adatto a far aprire il più possibile i miei interlocutori. Quando intervisti una persona devi riuscire a capire chi hai davanti.

Ti è capitato di non avere risposte a qualche domanda che hai fatto?

Adesso che ci penso  si… c’è una domanda a cui non ho avuto risposta. Avevo chiesto a Schatzberg qualcosa in merito alla sua relazione con la Dunaway. Tieni conto che già gli avevo fatto domande su temi molto intimi, come il rapporto con Dio e la Morte; “vatti a leggere le riviste di gossip” mi ha risposto… ma in modo gentile, scherzoso.
Molto del nostro lavoro dipende anche da come vengono percepite le domande che facciamo, naturalmente.

Schatzberg è un uomo fortemente radicato nel contesto newyorkese. Se ti dovessi chiedere a bruciapelo un uomo di cinema, un personaggio fittizio e uno scrittore rappresentativi di New York?

Ce ne sono tanti… uno dei primi che mi viene in mente è Travis Bickle [il personaggio principale di Taxi Driver]… si parla di una New York che non esiste più… ma è rappresentativo di un’epoca e del più caratteristico dei mestieri della città.
Penso poi a Woody Allen, anche se non sono un suo grande fan, ma di più ancora a Scorsese.
Lo stesso Schatzberg… stiamo comunque parlando di un signore che per scelta non è mai andato a Hollywood, che è nato nel Bronx e che vive a Manhattan a due passi da Central Park. Uno che va a mangiarsi la classica pizza sotto casa, dove lo conoscono tutti.
Per lo scrittore… ci devo pensare.

Hai realizzato un’interessante guida di New York, disponibile su You Tube. La città della Statua delle Libertà è ancora il centro del mondo?

Si, per molte cose è tuttora il centro. Ci sono ancora dei quartieri veri. Manhattan ha perso molto… è diventato in parte un parco giochi per ricchi… ma alcune “periferie” di New York restano genuine, per certi versi simili a quelle delle nostre città.

Una delle cose che mi ha colpito maggiormente delle tue interviste è stato leggere il passo in cui Lilin afferma che chi ha un rapporto viscerale con la terra e la natura non può essere in grado di uccidere per divertimento.

Lilin è un personaggio particolare, per un breve periodo ha fatto anche il contractor in Medio Oriente. Ho evitato di chiedergli quanto di quello che ha scritto e detto fosse vero visto che la questione è stata già ampiamente discussa. Al di là degli episodi, quello che racconta di fondo è genuino. Il suo attaccamento alla terra è sincero. Il contatto con la natura, il rispetto del cacciatore; mi ricorda in un certo senso gli Indio, l’America Latina. Quando è crollato il muro di Berlino si è salvato proprio grazie a questo legame. Molti sui amici si sono persi sotto il “bombardamento” di una tv occidentale che definiva il loro mondo all’opposto di come lo avevano percepito fino a quel momento. Questo succede se non si ha una struttura, una connessione con l’ambiente, anche a  livello famigliare.

Oltre a Lilin hai intervistato anche Nemo [il comandante italiano di Interunit, l’unità degli internazionalisti del Donbass]. Perché in Italia si teme il ritorno del fascismo e quando accadono fatti gravi come il rogo di Odessa qui non ne parla nessuno?

Parlare di pericolo fascista in Italia oggi vuol dire creare un problema che non esiste per poi risolverlo, tenendo impegnata l’opinione pubblica. Quello che è successo in Ucraina, nei simboli, nelle leggi, nei personaggi che sono al potere… quello è fascismo vero.
Si rievocano certi fenomeni per evitare il confronto su problemi reali. I diritti e i salari da fame dei lavoratori, le morti sul posto di lavoro; sono diventate questioni irrilevanti. Anche la questione gender è importante, come quella dei migranti, ma non credo rappresentino le priorità degli italiani.  Sono inoltre questioni che non intaccano la struttura, il sistema di produzione capitalistico. Paradossalmente: il problema di un migrante gay povero credo sia principalmente la povertà, anche se potrà sposarsi e diventare cittadino italiano. Ma se elimini queste discussioni su temi secondari, ai politici non resta nulla, non ci sono visioni e progetti a lungo termine.

A riguardo della tematica ambientale: Chomsky, in una tua intervista, ha definito il Partito Repubblicano “l’organizzazione più pericolosa della storia umana”. Dall’altra parte abbiamo poi tutto questo movimento mediatico attorno alla figura della piccola Greta…

Fidel Castro e altri leader dell’America Latina già 10-20 anni fa avevano delle posizioni più avanzate di quelle di Greta e di tutta la relativa giostra mediatica; ma non c‘era nessun interesse a seguirli. Non si può parlare di ambiente senza parlare anche di giustizia sociale, sono due aspetti legati l’un l’altro. Prima di ogni discorso bisogna capire quali sono i processi economici e sociali che portano a uno sfruttamento scriteriato del pianeta.
Mi vengono in mente tutti i popoli del Sud del Mondo… troppo spesso vogliamo solo imporre il nostro concetto di civiltà, ma loro sanno molto meglio di noi come rapportarsi al loro ambiente.

Chi si scaglia contro il movimento dietro Greta lo fa per un latente senso di colpa?

Non credo… penso che anche qui ci sia un problema di ignoranza e indifferenza.  Vedo inoltre una società individualista e repressa. Siamo sfruttati sul posto di lavoro, le scuole crollano a pezzi, non ci sono asili nido…precarietà, disoccupazione…la gente è invischiata in questo tipo di problemi quotidiani e non ha voglia di ascoltare una bambina che gli dice come si deve comportare. Se gli si propone poi di impegnarsi per risolvere questioni più ampie e a lungo termine scatta un meccanismo… una sorta di disinteresse.
In più dobbiamo fare i conti con una sovraesposizione mediatica che può rendere fastidiosi all’opinione pubblica alcuni temi e certi personaggi, vedi la povera Greta. I temi sovraesposti creano comunque sempre delle divisioni. Queste bolle mediatiche, che si generano in tempi velocissimi, sono spesso create ad arte. Prendiamo “l’emergenza migranti”: la questione è apparentemente scomparsa dalla prime pagine dei quotidiani e dai tg, è un  tema morto, ma in un paio di giorni potrebbe tornare ad essere l’argomento di punta.

Come prepari le tue interviste?

Mi informo il più possibile. Leggo tutto quello che riesco a trovare  e, nel caso si tratti di un’intervista a un personaggio del cinema, cerco di rivedere i suoi film; almeno i più importanti.
Uno dei miei obbiettivi è quello di cercare di non replicare domande già fatte in passato da altri.

Hai sempre una lista di domande ben definita prima di iniziare l’intervista?

In genere sì ma poi dipende da come si sviluppa l’incontro. Con Schatzberg ho fatto due pezzi… il primo è venuto fuori da un’intervista piuttosto classica fatta nella sua casa a New York. Poi, dopo qualche tempo, ho deciso di tornare da quelle parti per fare un vero e proprio documentario su questo artista che con i suoi film mi ha cambiato la vita. Siamo stati con lui qualche giorno, con l’idea di entrare nell’intimità del personaggio. Avevo una scaletta, ma è stata completamente stravolta. In un documentario non puoi avere una scaletta, la sceneggiatura sta nel montaggio.
Quella con Schatzberg è stata forse l’esperienza più spontanea di tutte.

Come giornalista senti il problema della sovrabbondanza di informazioni? Quanto è difficile ritagliarsi uno spazio e una credibilità in un ambiente come questo?

Può essere anche frustrante. Io vivo il lavoro come una necessità e ho intervistato determinate persone perché ne avevo necessità. Non le scelgo mai a caso pensando a un ritorno di immagine o altro; lo avrei fatto anche fuori da un contesto lavorativo.
Mi sono trovato da solo i contatti. In Italia è tutto più difficile; anche il più mediocre dei personaggi può crearti problemi.
Ci sono poi artisti incredibili come Gerald Scarfe, illustratore dei Pink Floyd tra le altre cose, che sono stati intervistati solo da blogger o siti di nicchia.Naturalmente questo può essere quasi un fattore positivo per le piccole realtà, c’è l’indicizzazione e tutto il resto… ma comunque si crea un effetto imbuto che “nasconde” un certo tipo di informazione.
In un sistema che rilancia centinaia di articoli sullo stesso argomento, alcune informazioni semplicemente spariscono oppure non vengono ricercate e divulgate. Per questo nonostante la sovrabbondanza di notizie c’è ancora molto spazio per chi vuole fare il giornalista.
Vedi il caso dei leader delle FARC che sono passati in Italia per pochi giorni lo scorso anno; un tema importante, non li ha intervistati nessuno. Tra l’altro avevano la necessità e la voglia di raccontare la loro esperienza…si fermavano a parlare con tutti, senza badare al tempo. Oppure pensa ad Assange. Roger Waters ha fatto un concerto per sostenere la sua scarcerazione, davanti all’Ufficio Affari Interni di Londra, che ha avuto pochissima risonanza. Al di là di essere solidali o meno…manca il dato dell’informazione.

Immagine di Gerald Scarfe e Fabrizio Rostelli.
Fabrizio Rostelli in una foto scattata con Gerald Scarfe.

Come sei riuscito a contattare le persone che hai intervistato?

In alcuni casi tramite siti personali e pagine Facebook, in altri ho dovuto fare più passaggi. Le fonti te le costruisci piano piano in questo mestiere. Non sono mai passato dall’editore per questo aspetto. Il problema maggiore è all’inizio, quando magari non puoi dare la garanzia che il tuo pezzo esca. In questo caso devi presentarti come freelance e sperare per il meglio.
Io ho la fortuna di collaborare con una testata che vanta, con Alias, uno dei prodotti culturali più interessanti nel panorama italiano. Ringrazio la redazione che continua a darmi fiducia e mi stimola a sperimentare, permettendomi delle modalità narrativo-giornalistiche e concedendomi degli spazi che mi sarebbero preclusi altrove.
Una cosa che “rende” in questo lavoro è cercare delle storie che ancora non ha raccontato nessuno… io sono andato a intervistare la pronipote di Jack London ad esempio, ne sono uscite cose interessanti; da un testimone diretto tra l’altro.

Qualche consiglio per chi si sta approcciando a questa professione?

Di solito cerco di evitare circostanze in cui so che l’intervista sarà molto “standardizzata”. Pensa che quando ho intervistato Terry Gilliam [al Festival di Montone] ero l’unico giornalista che si fosse presentato. Con questo tipo di personaggi il tempo non ti basta mai, per questo è molto importante prepararsi bene. Molto spesso le cose più interessanti escono a margine dell’intervista; e  bisogna capire al volo che tipo di persona ci si trova davanti. Si deve possedere questo istinto per lavorare al meglio in questo ambiente. Ci sono giornalisti preparatissimi che però non riescono a cogliere appieno questo aspetto.
Tendo a “massacrare” chi intervisto; farmi dire il più possibile e approfittare al massimo dell’occasione. Punto primo: chissà quando mi ricapita. Punto secondo: si tratta di persone così interessanti… per Gilliam mi avevano dato venti minuti, in realtà l’intervista ne è durati quaranta. Bisogna andare nello specifico, far capire che ti interessa quello che stai facendo.

Hai cambiato qualcosa nel tuo modo di operare da quando hai cominciato questo mestiere?

Rispetto agli inizi adesso sono più interessato all’Uomo. Cerco di andare oltre agli aspetti per cui il personaggio che intervisto è famoso.
Mio Nonno, che adesso è venuto a mancare, partecipò alla campagna di Russia. Da piccolo mi raccontava spesso di questo viaggio epico… dovevo farmelo raccontare bene e così lo intervistai. Quando decisi di approfondire l’argomento però non pensai ad alcune domande che oggi gli farei, più intime.
Per rispondere con profondità alle domande che ti pongono devi avere tu per primo un certo tipo di profondità. Non so se mio Nonno la possedesse… o forse non l’avevo io stesso. Sono un autodidatta, nelle redazioni in passato ti formava la gavetta… potevi contare sul consiglio di colleghi più esperti.

Un ultimo messaggio da Fabrizio. Facebook. 22 Gennaio 2020. 11:44:

Ah… stavo ripensando allo scrittore… non so perché mi ero fissato con Lou Reed (che per me è NY)… confermerei Paul Auster, non se ne esce!

Summary
Article Name
Intervista a Fabrizio Rostelli
Description
Intervista a Fabrizio Rostelli, giornalista esperto in interviste e reportage su arte e sociale.
Author

Lascia un commento