Corso di scrittura creativa.

Corsi di scrittura creativa, sono utili?

Frequentare un corso di Scrittura Creativa può farci diventare ottimi scrittori? Proviamo a capirlo dando una rapida occhiata alla storia di questo fenomeno e a qualche parere illustre sulla loro utilità.

COSA È LA SCRITTURA CREATIVA

Per Scrittura Creativa si intende solitamente un tipo scrittura che porta alla creazione di ogni tipo di prodotto letterario che si discosti da quelli redatti per scopi professionali, tecnici, accademici o giornalistici. A grandi linee rientrano in questa categoria romanzi, racconti e poesie.

CORSI DI SCRITTURA CREATIVA: PRO E CONTRO

Frequentare un corso o un laboratorio di Scrittura Creativa è veramente utile per migliorarci? Aggiungerebbe qualcosa a quello che potremmo apprendere esclusivamente divorando libri ed esercitandoci quotidianamente in autonomia?

Chi pensa che questi luoghi di formazione siano utili punta spesso l’attenzione sul (presunto) miglioramento della qualità della scrittura media a cui abbiamo assistito da quando questi corsi hanno cominciato a diffondersi, e sull’utilità della condivisione nel processo artistico degli scrittori.

I detrattori per lo più si concentrano su un aspetto economico. Nella loro prospettiva le scuole di Scrittura Creativa, soprattutto se non inserite in un contesto istituzionale e pubblico, sarebbero utili solo a rimpinguare le tasche di insegnanti che non potrebbero vivere contando esclusivamente sul frutto delle proprie pubblicazioni. Inoltre, anche quando queste esperienze si poggiano su un contesto istituzionale, la loro funzione sarebbe più quella di creare reti clientelari e proteggere gli interessi di una sorta di casta culturale che quella di sfornare talenti.

CORSI DI SCRITTURA CREATIVA, PARERI ILLUSTRI E UN PO’ DI STORIA

Usa

Louis Menand, in un articolo apparso sul New Yorker, delinea una breve storia dei Corsi di Scrittura Creativa accademici, concentrandosi per lo più sulle esperienze nate in territorio americano e inglese.
Menand, vincitore del Premio Pulitzer (categoria History) cerca di trovare un equilibrio tra i pro e i contro di questo fenomeno. Nell’articolo, tra gli altri, cita Allen Tate, poeta e critico letterario americano nato a Winchester nell’ultimo anno dell’Ottocento, gestore lui stesso di un programma di scrittura creativa a Princeton. Secondo Tate nell’ambiente accademico si formano per lo più Scrittori Creativi che non sono veri scrittori, e che non fanno altro che produrre altri Scrittori Creativi che non sono scrittori. Del resto, continua Menand, anche la scrittrice Kay Boyle (1902-1922), insegnante di Scrittura Creativa per più di quindici anni, ha affermato che tutti i programmi di Scrittura Creativa, per legge, andrebbero aboliti.

La rassegna di nomi illustri che si sono espressi sull’argomento continua con Verlin Cassil, che oltre a essere stato uno scrittore ha rivestito anche i panni di editore e nel 1967 ha fondato l’Associated Writing Programs. Egli dichiarò pubblicamente che l’Associated Writing Programs si sarebbe dovuto sciogliere, perché divenuto ormai un organismo corrotto. In pratica, affermava Cassil, l’associazione era un sistema nel quale si usavano fondi di università e agenzie solo per arrivare alla pubblicazione di opere che avrebbero portato ad aumenti di stipendio per gli insegnati dei corsi. L’appello cadde nel vuoto.

Stando invece alle parole di Mark McGurl, autore di The Program Era (2009) e professore alla Stanford University, il diffondersi dei Programmi di Scrittura Creativa è stato l’evento più importante della storia letteraria americana dal dopoguerra. Gli stessi programmi avrebbero avuto un grande effetto sulla produzione letteraria statunitense. Per rendersene conto basterebbe dare un’occhiata al livello di eccellenza raggiunto dalla letteratura americana negli anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Sempre secondo McGurl i Programmi di Scrittura Creativa permetterebbero alle università di considerarsi un “motore della differenza”; ed essendo perfetti esempi di “istituzionalizzazione dell’anti-istituzionalità” sono da sempre percepiti funzionali dalle stesse istituzioni.
Il governo americano ha elargito somme ingenti per facilitare l’ingresso dei reduci di guerra nel mondo accademico nel dopoguerra; spendendo in tasse universitarie più soldi di quelli investiti nel Piano Marshall.
I corsi di Scrittura Creativa divennero a tutti gli effetti corsi di laurea proprio perché questa era la condizione necessaria per accedere ai fondi governativi. I reduci poterono così frequentarli gratuitamente.

A livello artistico invece i Programmi di Scrittura Creativa sarebbero fondamentali, sempre secondo McGurl, per dare modo agli autori, o ad aspiranti tali, di riflettere su sé stessi e sul proprio lavoro.

Inghilterra

Dall’articolo di Menand apprendiamo invece che gli inglesi si sono rivelati più scettici al riguardo dei Corsi di Scrittura Creativa. Secondo Malcom Bradbury, che, ironia della sorte, diresse un Master in Scrittura Creativa nel 1970 ed ebbe tra i suoi allievi Ian McEwan, questi non sarebbero altro che “un ibrido volgare, come l’hamburger”.
Il primo corso di laurea in Scrittura Creativa in Inghilterra è stato istituito nel 1991.

Italia

In Italia la situazione è da sempre meno strutturata. Corsi e laboratori di Scrittura Creativa cominciano ad affermarsi negli anni 80, ma soprattutto grazie a iniziative private. Alla base non c’è quasi mai il sostegno di Università o altre istituzioni.
I corsi di Scrittura Creativa proliferati nel nostro paese hanno potuto contare sull’apporto di nomi di tutto rispetto; basti citare la Scuola di Scrittura Omero (i primi corsi venivano tenuti da Vincenzo Cerami) e la Scuola Holden, fondata da Alessandro Baricco nel 1994, che può contare tra i suoi soci un marchio prestigioso come il Gruppo Feltrinelli.

Tra i detrattori dei corsi di Scrittura Creativa attivi in Italia si distingue Il giornalista Davide Brullo, famoso soprattutto per le sue stroncature letterarie (che gli hanno creato anche qualche problema). In un articolo pubblicato su LINKIESTA Brullo si è scagliato con veemenza contro il proliferare di questo tipo di esperienze. I vari laboratori e corsi di Scrittura Creativa non farebbero altro che partorire scrittori fatti con lo stampino al servizio della catena di montaggio editoriale. Sarebbero utili, più che a coltivare talenti, a stringere amicizie e rapporti personali all’interno della cerchia che controlla l’editoria italiana.
Perché, si chiede Brullo, le scuole di scrittura non potrebbero nascere dentro le università?

Un altro parere illustre è quello di Alessandro Gebbia, professore Associato di Letteratura Inglese alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”.
In una recente intervista, Gebbia, parlando della differenza tra i corsi di Scrittura Creativa angloamericani e quelli italiani, ha affermato che, sebbene in Italia si tenda a scimmiottare il sistema anglosassone, non si è in grado di riprodurne gli aspetti più pragmatici. Ammesso che esista un “metodo” di scrittura, ciò che è importante è il confronto con lo scrittore. “Negli anni 90”, ricorda il Professore, “ho avuto la fortuna di ospitare a Villa Mirafiori, la sede romana dei corsi di Lingue e Letterature Straniere della Sapienza, i più importanti scrittori canadesi. È stata un’esperienza straordinaria, per me ma soprattutto per gli studenti […]. Niente a che vedere con le iniziative commerciali messe su dai privati e che io non amo molto”.

L’importanza dell’editore

Naturalmente, scrive sempre Menand, in un discorso sulla produzione letteraria, andrebbe tenuto conto, oltre che dei sistemi  produttivi, anche dalle pratiche editoriali di libri e riviste. Gli editori, soprattutto in un conteso massificato, sono molto più influenti di quanto possano esserlo gli insegnanti delle più prestigiose università.

Foto del manuale di scrittura creativa di John Turby. Anatomia di una Storia. Dino Audino editore.
Anatomia di una Storia di John Turby, è un interessantissimo manuale di scrittura creativa.

UN COMMENTO D’ECCEZIONE: STEPHEN KING (ON WRITING)

Stephen King, nel suo On Writing, un libro pieno di consigli per chi desidera intraprendere la professione di scrittore o migliorare l’approccio alla scrittura, si rivela abbastanza scettico sull’utilità di corsi e laboratori.
Il suo è certamente un punto di vista affidabile. Parliamo di una persona che, oltre ad aver sfornato bestseller a rotta di collo, ha vissuto il mondo della formazione accademica sia da aspirante/novello scrittore che da insegnante; è sicuramente nella condizione di affrontare l’argomento senza peli sulla lingua e senza pensare a un tornaconto personale.

La prima e fondamentale critica che Stephen King rivolge ai questo tipo di corsi riguarda il metodo di lavoro. Operare in un contesto “comunitario” porterebbe a una costante distrazione, dovuta perlopiù a continue interferenze esterne. I commenti dei “colleghi” scrittori bloccherebbero il processo creativo di narratori e poeti. Secondo lo scrittore statunitense la totalità della prima stesura di un’opera andrebbe effettuata in un ambiente isolato, “con la porta chiusa”.

Per Stephen King le cose da fare per imparare a scrivere sono soprattutto due: divorare libri e scrivere con costanza e dedizione. Tuttavia, On Writing è pieno di interessanti spunti che possono darci una mano nella creazione di romanzi e racconti.

CONCLUSIONE

Possiamo naturalmente farci un’idea di questa disciplina dando un’occhiata anche alle numerose guide presenti nel Web. È facile imbattersi in corsi gratuiti e non che hanno lo scopo di affinare l’arte di scrittori e poeti in cerca di gloria.

Personalmente non credo molto all’utilità della maggior parte degli “esercizi” proposti. Penso però che dal grande calderone della rete (e dalle esperienze di altri scrittori) si possa estrapolare qualche buon consiglio che ci guidi sulla tortuosa via dello scrivere; che si tratti di idee su come “liberare” la nostra creatività, di indicazioni per delineare personaggi letterari di spessore o di suggermimenti che ci aiutino a impostare lo schema narrativo che dovrà supportare la nostra storia.

Per chiudere, infine, mi riaggrappo al già citato Menand. Il Premio Pulitzer chiude la sua disanima sui Corsi di Scrittura Creativa in modo chiaro ed efficace: “l’idea comune è che si possa insegnare l’ispirazione, ma non l’artigianato”. Tuttavia, fa notare, “quello che contava come mestiere per James era molto diverso da quello che contava come mestiere per Hemingway”.

E voi? Avete mai avuto a che fare con il mondo dei corsi di Scrittura Creativa? Quale è stata la vostra esperienza?

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Scrittura Creativa, un po' di chiarezza
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Un'analisi della storia dei corsi di Scrittura Creativa e di alcune opinioni in merito alla loro utilità.
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