Sherlock Holmes e Moby Dick

Alessandro Gebbia: Hippie, Holmes e Balene Bianche

Alessandro Gebbia è Professore Associato di Letteratura Inglese alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza”. Ha pubblicato, tra l’altro, saggi su Samuel Bellow, Northrop Frye, Jack Kerouac, Jack London, Philip Roth, sul teatro canadese, sulla letteratura beat e su quella chicana. È stato il presidente dell’Associazione Italiana di Sherlock Holmes, oltre ad aver collaborato con varie testate e programmi culturali.
Ci ha parlato della letteratura angloamericana (più correttamente della letteratura in lingua inglese) di questi primi venti anni del 2000, ma anche dei corsi di Scrittura Creativa, di Beat generation e di grandi romanzi e autori del passato. C’è stato spazio anche per un piccolo appunto sulla situazione, non proprio esaltante, della letteratura italiana contemporanea.

Ecco l’intervista ad Alessandro Gebbia:

Quali sono le tematiche ricorrenti nella letteratura angloamericana dei primi decenni del 2000?

Le tematiche più importanti di questo primo scorcio di secolo sono quelle legate ai cambiamenti che si sono verificati a livello globale. Cambiamenti connessi alla diversità tra gli individui, ai nuovi atteggiamenti degli uomini e alle nuove emozioni che sono entrate a far parte delle nostre vite.

Si è prodotta una letteratura che tende a occuparsi di alcuni aspetti peculiari della società moderna; la colonizzazione economica, il riscaldamento globale, il neo imperialismo, il terrorismo transnazionale, la povertà, le problematiche legate al gender, alla razza, al crimine e alla corruzione. Il comun denominatore di queste tematiche è però sempre il concetto dell’altro. Un concetto continuamente rivisitato attraverso il filtro di generi letterari che non sono quelli tradizionali, ma che si sono evoluti spesso per soddisfare le mode create da quello che è l’altro grande medium di questi primi vent’anni del 2000, la televisione, e in particolare le serie televisive.
Ad esempio, queste tematiche sono state rivisitate, e questo è un dato interessante anche se discutibile, in versione cyberpunk e steampunk.

Detto questo, se diamo uno sguardo ai primi vent’anni della letteratura angloamericana, ma io direi più in generale della letteratura in lingua inglese, di questo secolo, forse gli autori più interessanti si sono rivelati Cormac McCarthy, che ha rivisitato con grande efficacia il genere Western, e Don DeLillo, che ha ripreso le tematiche che gli sono state care a partire dal suo famoso Rumore Bianco. Tematiche che lo hanno portato a rivedere, a prospettarci, una nuova visione della vita americana, legata ad esempio alla minaccia nucleare, ma anche a temi più comuni come il consumismo e la morte, senza tralasciare temi ancora poco praticati come quello del baseball, affrontato da Malamud, se ricordo bene, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Un altro autore importante è David Foster Wallace, che si è conquistato in brevissimo tempo un posto preminente non soltanto nella letteratura, ma anche come influencer, come protagonista del dibattito che anima la società americana. Accanto a lui metterei Jonathan Franzen, specialmente due romanzi come Le Correzioni e Libertà.
Infine vorrei parlare di Michael Chabon, che, insieme a Dennis Johnson e Louise Erdrich, si è segnalato come uno degli autori più innovativi e più significativi di questo periodo, soprattutto in chiave di rivisitazione della storia americana più recente e in particolare della guerra in Vietnam.

Un autore recente della letteratura in lingua inglese che qui non ha riscosso il successo che merita?

Tra gli autori recenti delle letterature in lingua inglese forse quello che ha conosciuto un discreto successo, ma non il successo che avrebbe meritato, è Amitav Ghosh.

Ghosh è un scrittore indiano di lingua inglese che forse ha sofferto più di altri il peso del grande protagonista della letteratura indiana postcoloniale , Salman Rushdie, e quindi ha dovuto muoversi forse in maniera eccentrica, forse in maniera centrifuga, nell’universo romanzesco postmoderno per arrivare a quella che io considero forse l’opera più importante nell’ambito più recente delle letterature postcoloniali di lingua inglese: La Trilogia dell’Oppio. Tre romanzi in cui, a partire dal primo, intitolato Un Mare di Papaveri, Ghosh ricostruisce tutta quella che è stata la storia del commercio dell’oppio. Un commercio autorizzato, di Stato, che ha costituito la fonte maggiore di ricchezza per gli inglesi che avevano colonizzato l’India. Ghosh ripercorre la storia di questo commercio costruendo dei romanzi che sono corali. Narra tante storie in parallelo, esemplificative dei vari aspetti e dei vari soggetti coinvolti nell’affare dell’oppio. Soggetti che fanno parte di tutte le classi sociali, dai contadini agli operai delle fabbriche che producono oppio, dai commercianti ai rappresentanti del governo britannico.

Laddove ne I Figli della Mezzanotte, considerato il capolavoro di Rushdie,  le varie storie corrono in parallelo e non si incontrano mai, la grandezza di Ghosh è quella di trasformare queste voci in un coro omogeneo, in una straordinaria polifonia, che trova la sua realizzazione su di un palcoscenico eccezionale, rappresentato, qui l’influsso di Melville e del Moby Dick è evidente, da una nave inglese, una ex negriera riconvertita al trasporto dell’oppio e poi, successivamente, utilizzata per trasportare coolie verso quelle nuove realtà geografiche scoperte nell’Oceano Indiano che gli inglesi intendevano colonizzare.

Cosa ne pensa dei corsi di Scrittura Creativa? Nel mondo accademico anglosassone hanno una lunga tradizione. Perché in Italia non si sono mai sviluppati, se non con iniziative private?

È vero che da decenni questi corsi sono ormai una realtà consolidata nelle università anglosassoni. Lo sono perché le università inglesi e americane hanno compreso l’importanza della figura dello scrittore “in residence” come momento fondamentale del percorso degli studenti nel campo degli studi umanistici. Al di là dell’apprendimento di un metodo, se poi vogliamo credere che esista un “metodo” di scrittura, ciò che è importante è il confronto con lo scrittore, la condivisione di un esperienza unica e irripetibile.
Nelle nostre università invece lo scrittore è spesso inteso più come oggetto di ricerca che come soggetto. Tendiamo a scimmiottare il sistema anglosassone ma poi non siamo in grado di riprodurlo nei suoi aspetti più pragmatici, e questo determina la non fortuna dei corsi di scrittura creativa nella nostra realtà universitaria e letteraria.

Mi dispiace essere autoreferenziale, ma negli anni 90, periodo di massima fioritura degli studi canadesi in Italia, grazie al generoso supporto del governo di Ottawa, ho avuto la fortuna di ospitare a Villa Mirafiori, la sede romana dei corsi di Lingue e Letterature Straniere della Sapienza, i più importanti scrittori canadesi. È stata un’esperienza straordinaria, per me ma soprattutto per gli studenti, che si sono visti aprire dinnanzi agli occhi nuovi e immensi orizzonti. Niente a che vedere con le iniziative commerciali messe su dai privati e che io non amo molto, perché, se mi è consentita una metafora “bassa”, in questi corsi di scrittura creativa, come ci ha insegnato Gianni Morandi, forse solo “uno su mille ce la fa“.

I grandi autori del Rinascimento Americano sono venuti  fuori anche grazie alla mancanza di una tradizione ingombrante come quella europea? O ne sono semplicemente un proseguimento?

Copertina di Rinascimento Americano di Francis Otto Matthiessen.
Per “Rinascimento Americano” si intende quel fertile periodo della letteratura americana, individuato da Francis Otto Matthiessen, inaugurato da Gli Uomini Rappresentativi di Emerson (1849) e chiuso da Foglie d’Erba di Walt Whitman (1855).

Senza la tradizione europea questi autori (Emerson, Hawthorne, Melville, Thorearu) non sarebbero venuti fuori. Dietro di loro non c’è soltanto la tradizione romantica inglese, in particolare l’opera di Carlyle, ma anche e soprattutto quella della filosofia romantica tedesca, da Fichte a Hegel, che in maniera armonica si unisce in America alla tradizione orientale;  alle Mille e Una Notte, alla Bhagavad Gita, alle Upanishad, ai filosofi cinesi.

Emerson, nel famoso saggio The American Scholar scrive: “Gli scrittori americani hanno ormai raggiunto maturità e indipendenza, però non devono mai dimenticare la lezione di Coleridge e Wordsworth”.

Approfitto della sua passione per Sherlock Holmes per farle una domanda su questo personaggio.
Qual è il segreto della sua longevità? Cosa gli permette di passare indenne da un medium a un altro, di generazione in generazione?

Sherlock Holmes è il più grande personaggio mai inventato.
L’unico capace di includere tutte le problematiche e le ansie della nostra epoca. Il più riuscito Prometeo moderno, che meglio incarna gli opposti che convivono dentro di noi; razionale e irrazionale, bene e male. Proprio questo lo rende sempre attuale e lo fa evolvere attraverso i generi più diversi. Lo fa passare indenne da un medium a un altro, di generazione in generazione. Tanto è che stiamo celebrando un mito ultracentenario.

Copertina di A Study in Scarlet (uno Studio in Rosso) di Arthur Conan Doyle.
Sherlock Holmes appare per la prima volta in Uno Studio in Rosso (1887). Il celebre detective è stato poi protagonista di numerose avventure, e il suo fascino persiste ancora adesso grazie a film, serie tv e nuovi apocrifi.

In Italia, rispetto a quello che è successo nella narrativa di lingua inglese, c’è sempre stato un po’ di diffidenza ad approcciare la letteratura di genere da parte degli autori considerati “di livello”?

La letteratura italiana “alta”, anche moderna e contemporanea, ha diffidenza ad approcciare la letteratura di genere. Questo perché la letteratura italiana è sempre stata elitaria, un prodotto della classe dominante che ha sempre guardato dall’alto in basso la letteratura di genere, considerandola qualcosa di inferiore, un vero e proprio sottoprodotto per un proletariato rozzo e ignorante.
Se poi andiamo a guardare le biografie dei nostri autori più affermati vediamo che appartengono quasi tutti alla borghesia cosiddetta illuminata, quella di formazione, per quanto riguarda il 900, liberal crociana, che con un certo snobismo e al di là della lezione gramsciana sul nazional popolare ha tenuto a debita distanza il “genere” in letteratura, lasciandolo al cinema. Si veda in questo senso la lezione del neorealismo e della commedia all’italiana.

Il premio Nobel a Dylan è stato un riconoscimento a tutta l’esperienza beat, finalmente accettata anche a livello, per così dire, istituzionale? Non siamo ampiamente fuori tempo massimo?

Il premio a Dylan è a mio vedere un contentino. Ed è fuori tempo massimo. Un contentino alla canzone d’autore, a una grande tradizione poetica di lingua inglese, che nulla ha da invidiare a quella poesia ritenuta “alta”. È un riconoscimento alla più originale forma poetica nata in America.
Se dovessimo elencare le invenzioni culturali americane dovremmo nominare la musica innanzitutto, il cinema e il musical.

Ma perché il Nobel a Dylan? Perché nei momenti di crisi, quando non emergono grandi scrittori, la scelta dell’accademia svedese, la storia del Nobel lo testimonia, si dirige sempre verso l’altro. Si tratti di religioni, di paesi sottosviluppati, di gender… pensate al Nobel dato a Tagore, oppure a quelli dati a uno scrittore contestato come Kipling o alla nostra Grazia Deledda.

Non vedo quel Nobel come un riconoscimento all’esperienza beat. Non possiamo dire che Dylan appartenga al movimento beat, o almeno a quello che poi è stato formalizzato dalla critica come un movimento.
Il movimento beat è stato fin troppo sopravvalutato. È doveroso, accumulato il distacco temporale  necessario per essere imparziali, sottoporlo a revisione, dandogli una valutazione più obiettiva.
A costo di rendermi impopolare devo dire che non considero il movimento beat un grande movimento culturale e neanche un movimento in senso tradizionale. È difficile parlare di gruppi  e movimenti in terra americana. Gli scrittori americani, da sempre, sono degli individualisti. Possono essere accostati, possono essere avvicinati per delle similitudini di tematiche o di approccio; però di veri  e proprio movimenti non ne possiamo parlare, se non in termini fallimentari. E qui torniamo al Rinascimento Americano alla metà dell’800, quando i trascendentalisti tentarono l’esperienza della comune a Brook Farm e fu un fallimento. Perché da sempre l’autore americano, e qui cito il mio amato Dreiser, quello di Sorella Carrie e Una Tragedia Americana, “Cammina da solo, soffre da solo. Sogna da solo un grande sogno”.

Bob Dylan e Allen Ginsberg.
Allen Ginsberg è stato un grande estimatore della musica di Bob Dylan. In merito si può leggere, tra l’altro, On the road with Bob Dylan. Storia del Rolling Thunder Revue, di Larry Sloman.

Ma quello dei Beat (tenendo conto anche di tutto quello che da lì è germogliato) non è stato l’ultimo grande movimento culturale su larga scala che abbia cercato, perdoni la forma abusata, di incidere sulle coscienze?

Non c’è mai stato un manifesto di questo movimento, ne tanto meno una produzione omogenea, una scuola. Kerouac, Burroughs, Ginsberg, Gregory Corso (per citare i quattro moschettieri) sono andati ognuno per conto proprio. Compagni sì di bevute, forse, però da un punto di vista letterario tutt’altro che omogenei.
Se vogliamo parlare dell’ultimo grande movimento culturale su grande scala che si è realizzato in America allora dobbiamo parlare non del beat, ma del movimento hippie, dobbiamo parlare del movimento di opposizione alla guerra in Vietnam. Quella che io considero l’ultima grande rivoluzione culturale. Una trasformazione radicale in termini sociali, politici, sessuali, musicali. È un vero peccato che questo movimento sia finito come è finito.

Gli anni 50 e 60 vengono spesso indicati come grande momento di rinnovamento, ma  sono stati anche gli anni in cui il consumismo ha preso il totale sopravvento sullo stile di vita occidentale, in cui la psicologia è stata piegata alle esigenze del marketing… insomma, grandi ponti e grandi gabbie. Qual è l’autore che maggiormente ha saputo dare una rappresentazione efficace di questo conflitto?

Vorrei fare il nome di due autori, e di due loro opere.
I due nomi sono Vance Packard e Philip Roth. I due titoli, rispettivamente, Persuasori Occulti e Lasciare Andare.

Prendo due romanzi che mi hanno colpito particolarmente, di due degli autori più importanti della parte finale del secolo appena trascorso: Pastorale Americana (proprio Roth) e Bambini nel Tempo di Ian McEwan.
Al di là delle inevitabili differenze, il tema della colpa e quello dei figli (che spariscono, in un modo o nell’altro per un atto del protagonista) diventano tutt’uno. La presa di coscienza dell’esistenza di una “colpa dei padri” è stato uno dei temi della grande letteratura di fine millennio?

Senza dubbio due romanzi come Pastorale Americana e Bambini nel Tempo sono sintomatici di una presa di coscienza, ma una presa di coscienza che si realizza e si moltiplica a partire dal secondo dopoguerra, paradossalmente dopo che un grande filosofo tedesco, Adorno, aveva affermato “dopo Auschwitz nessuna poesia“. Di fronte all’orrore non resta altro che il silenzio. Ma proprio il lavoro interno su questo aspetto tremendo della storia del 900, altrettanto paradossalmente, sempre più ha portato alla superficie la presa di coscienza del male, dell’orrore, che le generazioni dell’era moderna hanno progressivamente introdotto nel mondo.
È quindi  naturale che lo sviluppo del capitalismo attraverso le sue varie fasi abbia prodotto qualcosa i cui effetti non possono che ricadere sui nostri figli.

In un’epoca di grande crisi , che ormai stiamo vivendo da più di un secolo, ritorna sempre attuale la lezione dell’Antico Testamento. La Bibbia si rivela, come ci ha meravigliosamente spiegato Northrop Frye, il grande Libro della Letteratura, in cui sono contenuti il principio e la fine

Nel panorama attuale italiano vede qualcosa di interessante? Non sembra tutto un po’ fermo, o che gira intorno a una sorta di salottino privato?

Per snobismo si potrebbe dire… ma in realtà non è uno snobismo il mio… non amo molto la letteratura italiana, o almeno quella moderna e contemporanea. La trovo appiattita. Tranne pochissimi, e a volte fortemente contestati, casi. Penso a Curzio Malaparte, che ci ha consegnato un grande romanzo originale come La Pelle. Penso a Mario Soldati e a Buzzati, a Primo Levi. Però al di là di questi, e ovviamente non posso dimenticare Calvino, se andiamo a prendere la realtà della letteratura italiana, soprattutto in questi 20 anni del nuovo secolo, ebbene… la situazione a mio vedere è assai triste.
Tutto mi sembra essersi ridotto a un sorta di vano e vacuo ciarlare. A parte la mancanza di invenzione, il piattume e la banalità delle trame, mi pare che il comun denominatore delle letteratura italiana sia l’autoreferenzialità… e questa è veramente una cosa imbarazzante. Sembra che lo scrittore cerchi il palcoscenico, come purtroppo gli show televisivi ci hanno abituato. C’ è un’eccessiva ricerca di visibilità.
Ancora una volta vorrei riassumere il tutto con una citazione da quello che probabilmente è il più grande poeta del 900. In quel meraviglisoso poemetto che conclude la sua prima fase ed è preludio alla Terra Desolata, il canto d’amore di J. Alfred Prufrock, Eliot inserisce un ritornello che mi sembra dare tutto il senso di questa mia risposta:

Le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo…

In che mari si trova adesso la Balena Bianca? Ammesso che sia ancora viva…

A parte il fatto che Moby Dick, come Sherlock Holmes, non può morire. È eterna.
In quali mari nuota adesso la Balena Bianca? Riprendendo i versi di uno dei più grandi poeti afroamericani, purtroppo non apprezzato quanto merita, faccio ricorso di nuovo a una citazione letteraria. Ishmael Reed, in una sua poesia, ricordando la Balena di Melville scrive: “Moby Dick nuota nelle nostre vene”.

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Alessandro Gebbia: Hippie, Holmes e Balene Bianche
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Alessandro Gebbia, docente alla Sapienza, ci ha parlato di Letteratura in lingua inglese, di Beat, Hippie, Holmes, Moby Dick e Letteratura italiana.
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1 Comment

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Patrizia Schullerreply
Aprile 22, 2020 at 4:23 pm

Bellissima intervista, dovrei rimettermi a studiare.

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